Nessun musicista ha mai goduto di una reputazione universale paragonabile a quella di Johannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus Mozart. È per noi, per noi tutti, l’emblema della perfezione, dell’equilibrio, del talento giovanile; musicista per antonomasia, emblema della musica occidentale, creatore “di getto” di una musica innata e ineguagliabile.

Tuttavia le ragioni di tale superiorità sono quanto mai sfuggenti, quando si tenti di descriverle. Nel tempo si sono analizzate molte caratteristiche compositive e poetiche isolate, senza arrivare a definire il punto distintivo, la ragione centrale, profonda e definitiva. Insomma, senza mai arrivare a possedere la chiave del “fenomeno Mozart”. Possiamo isolarne i fattori singoli, ciascuno dei quali, da solo, non è sufficiente a farci cogliere la portata del miracolo mozartiano.

Siamo quindi di fronte a un paradosso: il musicista che tutti frequentiamo e amiamo, che ammiriamo come un gioiello prezioso, che prendiamo a paradigma della “classicità”, il “nostro” Mozart è anche in qualche modo inafferrabile e indefinibile, quasi un alieno che usa le nostre stesse parole per dirci qualcosa che va oltre il significato delle parole stesse. Se Beethoven parla da uomo all’umanità (i “Millionen” della Nona Sinfonia) Mozart ci inganna per il suo tono a tratti confidenziale, ma si pone su un piano irraggiungibile, ad alimentare il mito del musicista “apollineo” e perfetto. Possiamo elogiare la naturalezza dell’eloquio, l’equilibrio e l’eleganza formale, il pathos commovente, l’abilità contrappuntistica, la capacità di sfumare e fondere i generi, la tenerezza adolescenziale, l’humour, la vitalità irrefrenabile, tuttavia il tutto supera la somma delle parti. E rappresenta, in fondo, ciò che ambiremmo a diventare, non già quello che realmente siamo.

Togliamo ogni fraintendimento: il nostro non fu un rivoluzionario, un inventore di forme nuove, un innovatore radicale del linguaggio. Si muoveva in campi che già esistevano e che derivavano dall’esperienza di Haydn, dei figli di Bach, dell’opera italiana, del contrappunto antico. Non sperimentò per primo nuove forme, faceva ciò che altri facevano, semplicemente lo faceva meglio, spesso molto meglio.

Il racconto di Amadè è, necessariamente, un racconto a capitoli. È una raccolta di tanti Mozart che servono a tentare di dipingere il ritratto di un modello che continuamente si muove, sfugge e sorprende coi suoi travestimenti, a partire del gioco dei nomi: Johannes, Chrysostomus, il nomignolo paterno Wolferl, e ancora quel Wolfgangus che egli stesso riteneva un po’ troppo serioso, il Theophilus (“colui che ama Dio”) che preferiva trasformare in Amadè, non già Amadeus, o talvolta Gottlieb. Il gioco camaleontico si faceva talvolta anche più puerile, quando, tutto pervaso da una cultura italianizzante, si firmò: “Wolfango de’ Serenissimi Mozartini” o quando, infastidito dai suffissi seriosi, si palesò come Wolfgangus Amadeus Mozartus.

Il trentacinquesimo Festival di Portogruaro sarà scandito da capitoli che ritraggono alcuni volti del musicista: se infatti la straordinaria forza del percorso beethoveniano è un racconto chiaro e inesorabile, la grandezza di Mozart è invece una sorta di sorriso di Monna Lisa, frutto della fusione di aspetti diversi: lo stile galante, la messa, l’opera, il rapporto con la polifonia antica, il Singspiel, la musica massonica. Cercare Amadè significa proprio questo: provare a mettere in luce i tasselli di questo mosaico complesso che chiamiamo Mozart.

Enrico Bronzi
direttore artististico